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Superlega, Andrea Agnelli e la mancanza di strategia

In dieci anni di presidenza, Andrea Agnelli ha raggiunto grandi obiettivi. Vincere 9 scudetti di fila, 4 Coppe Italia, più due finali di Champions, è un merito storico che nessuno può discutere. È giusto dirlo davanti alle critiche che piovono da ogni parte sulla vicenda SuperLega. Il risultato maggiore è stato prendere una Juve ferita da Calciopoli e trasformarla in un club di nuovo vincente, con 500 milioni di fatturato. Ha avuto visione.

Chi continua a mettere davanti il paragone con lo zio, sostenendo ad arte che l’Avvocato non avrebbe mai oltraggiato il calcio con l’idea della SuperLega, non sa che Andrea è figlio di Umberto, l’uomo che con il suo pragmatismo e una visione concreta ha retto la Fiat. Poca mondanità, tanta sostanza. L’importante in casa è sempre stato l’obiettivo, il risultato, far girare le macchine, in Mirafiori come allo stadio. Anche per questa natura, i modi del giovane presidente sono suonati spesso bruschi e sbrigativi. Per gli adulatori, passati in fretta sul banco della pubblica accusa, era la prova del potere del migliore dei capi possibili.

Premesso tutto ciò, e ricordato che la storia nessuno può piegarla a piacimento, tantomeno se condita da successi, si stenta a capire la strada tracciata negli ultimi anni da Andrea, di cui la vicenda SuperLega è soltanto l’estremo passo. I commenti si sono concentrati sulla figuraccia condivisa con Perez, invece è semplicemente lo sbocco di un percorso durato anni, nel silenzio generale. Parliamo di indebitamento, impegni con le banche, bond emessi. La scelta di premere l’acceleratore per avviare la Lega dei ricchi è figlia di un’emergenza, non certo di forza. I bilanci pesantemente in rosso hanno attirato i soldi di JP Morgan, non è il contrario. Agnelli ci ha anzi rimesso la poltrona Eca e l’amicizia con Ceferin. Al riguardo, sia chiaro che qualunque vendetta della Uefa sarebbe ora non meno grave dello stolto assalto al Palazzo.

Il Covid ha dato il colpo finale, ma il problema economico non è nato alla Juve un anno fa. Ciò che stava capitando si vedeva nella lettura delle semestrali. Una Juve umorale e casuale. Per questo ha prevalso la scelta urgente ed estrema della SuperLega, in tempi e modi sbagliatissimi. È vero che Fortnite – e chi ha figli lo sa – è un concorrente temibile per il calcio ed è vero che la catena redistributiva delle Coppe imponga dei correttivi. Ma la sortita di domenica scorsa ha denunciato l’estemporaneità e la fretta delle scelte recenti, in linea con quanto accaduto altre volte.

Tralasciando l’uscita del tessitore Beppe Marotta, era legittimo mandare via Massimiliano Allegri dopo cinque anni? Forse sì. Amo poco la ventata nostalgica odierna. È giusto cambiare per crescere, ma per rimpiazzare un tecnico che ha vinto quanto Max serviva un piano pensato nel tempo. Klopp, magari Guardiola, non Sarri preso in assenza di alternative. L’inviso Maurizio ha vinto lo scudetto, ma è stato silurato dopo un’annata per promuovere Pirlo, nella settimana successiva alla presentazione all’Under 23. È strategia?

Posso aggiungere altre cose. L’esame di Suarez a Perugia non è un fatto eclatante in sé, ed è sbagliata la strumentalizzazione, lo è invece ignorare che Suarez sia extracomunitario. Le plusvalenze non sono una colpa, ma se diventano una parte sempre più consistente dei ricavi significa che qualcosa non gira più come prima. E poi perché spendere tanti milioni di euro per i procuratori? La forza della Juve è sempre stata quella di essere attraente per i giocatori e di stare attenta ai conti. Nell’ultimo biennio è saltata la vecchia prudenza. Non ho citato CR7 o il ruolo dei senatori, e non mi addentro nel futuro di Andrea Agnelli, su cui decideranno lui stesso e gli azionisti Exor. Sinceramente dispiace vedere i vecchi amici che hanno iniziato a smarcarsi, ma questo è il Paese del 25 aprile perenne, non solo in questa domenica.


Fonte: http://www.tuttosport.com/rss/calcio/serie-a

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