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La parola al mental coach Corapi: “Juve, libera la mente”

TORINO – Buongiorno Sandro Corapi: da mental coach, che consiglio darebbe alla Juventus per uscire dalla crisi di identità?

«Consiglierei un lavoro individuale sulle teste dei giocatori. Ogni calciatore, come ogni persona, ha delle convinzioni che vanno a incidere sulle prestazioni. Quando le convinzioni si discostano dalla realtà portano a dei condizionamenti sbagliati a livello di identità».

E’ una questione di autostima?

«Certo, quando calano le certezze – individuali o collettive – si abbassa anche l’autostima. E le convinzioni determinano il risultato finale».

E’ un circolo vizioso…

«Se le convinzioni sono alte generano un alto potenzionale che, a sua volta, genera azioni efficaci ed efficienti e si centra il risultato. Se le convinzioni sono basse, il potenziale diminuisce, le azioni sono inefficaci ed inefficienti e i risultati si rivelano scarsi».

Come si lavora, quindi, sulle teste dei giocatori?

«In questa fase il ruolo dell’allenatore è molto importante e incide parecchio. Il tecnico deve riconquistare l’affetto, la fiducia e la credibilità della squadra. L’allenatore deve essere un leader: se non lo è, il suo messaggio passa a livello razionale ma non a livello inconscio. E l’inconscio è determinante in un giocatore perché gioca d’istinto. Oppure possono incidere, ma soltanto parzialmente, a breve termine».

Gli allenatori non sono però dei mental coach, anche se fra i loro compiti non c’è soltanto l’aspetto tecnico-tattico ma anche motivazionale.

«Per motivare la squadra occorre anche essere credibili agli occhi dei giocatori. Non a caso ho passato gli ultimi due giorni a preparare due partite con due allenatori professionisti».

E che cosa ha detto loro affinché siano credibili?

«Abbiamo lavorato sull’importanza della comunicazione con i giocatori: non bisogna arrivare soltanto alla testa, ma anche al cuore della squadra, colpire le emozioni. E poi ho puntato anche sui comportamenti: le parole devono essere coerenti con le azioni. E’ lì che il tecnico si gioca tutto: se c’è discrepanza tra quello che dice e fa con quello che viene recepito dai giocatori allora non c’è cattiveria, determinazione o sacro furore che possa fare la differenza».

Visto dal di fuori Allegri è un bravo motivatore?

«Uno dei migliori, è un ottimo comunicatore ed è competente. Almeno, questo è quello che percepisco io dall’esterno. Per risolvere i problemi di testa un tecnico deve essere più uomo e meno allenatore: si deve spogliare delle sovrastrutture e aprirsi alla mente, agli occhi, al cuore e all’anima dei ragazzi. Deve essere umile e vicino alla squadra e con la squadra superare la crisi. Soltanto dopo può riprendersi il ruolo di allenatore».

Lei che spiegazione si è dato sulla crisi di identità della Juventus?

«Secondo me dovrebbero chiudersi per tutte le ore necessarie dentro lo spogliatoio e chiarirsi perché sicuramente ci sono stati problemi non risolti tra i giocatori, con il tecnico e/o con la società».

Serve un chiarimento tra tutti, quindi.

«Come spesso succede tra due amici o in una coppia: occorre parlarsi, magari litigare, ma poi resettare tutti e ricominciare altrimenti i rapporti si deteriorano. Se qualcuno, dentro lo spogliatoio, ha dei mal di pancia incide sull’energia della squadra».

Torniamo al lavoro sulle teste dei giocatori…

«Bisogna analizzare l’autostima e il livello di convinzione di ogni singolo giocatore per incrementarli. Per farlo serve un inconscio libero, la mente non deve essere annodata. Se attraverso un momento di stress e di paura, perdo convinzione e l’autostima scende. Il mio inconscio torna ai ricordi del passato in cui ho provato le stesse sensazioni e vado a rafforzarle. E non riesco a risalire dal momento down».

A proposito di stress: Vlahovic è smanioso di segnare perché e da un po’ a digiuno, ma si lascia prendere dalla frenesia con risultati controproducenti. Come si può ovviare?

«Il suo punto di forza è la voglia di segnare, la motivazione c’è. In questo caso bisogna farlo ragionare sugli atteggiamenti in modo che quando scende in campo lascia libera la mente al suo istinto. La ragione è il direttore d’orchestra che detta i tempi, l’inconscio determina invece l’azione».

Altrettanto fondamentale nei momenti di crisi è il ruolo dei senatori…

«Sono determinanti perché devono fare quadrato intorno al tecnico, al suo staff e alla squadra. E’ loro la responsabilità di ricompattare il gruppo, di rimettersi in gioco resettando tutto».

Ma anche i dirigenti hanno bisogno di un mental coach?

«Certo, io per esempio sto seguendo alcuni direttori sportivi di Serie A e B. Il ruolo del ds è strategico perché fa da trait d’union tra la società, il tecnico e la squadra. E sente la pressione da tutte queste componenti, quindi deve gestire lo stress, avere doti da leadership e da comunicatore».

La leadership si allena?

«Quando sono nato non ero un leader e non lo ero neppure a 20 anni, poi lavorando su me stesso lo sono diventato. Diciamo che la genetica incide per il 25% mentre il restante 75% dipende dai condizionamenti culturali e ambientali. Per ambiente si intende le persone che si frequentano e i modelli da leader. Noi siamo il risultati della media delle cinque persone che frequentiamo di più. Per cultura si intendono invece gli studi, le letture e le informazioni che quotidianamente immagazziniamo».


Fonte: http://www.tuttosport.com/rss/calcio/serie-a


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